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Patagonia senza dighe!    versione testuale
addio al controverso progetto, una vittoria per il creato

 “El proyecto hidroelectrico HidroAysén se declara rechazado!”. E’ stato l’annuncio tanto atteso e desiderato in Cile e non solo! Dopo otto anni di tira e molla, il 10 giugno scorso il Consiglio dei Ministri del Cile, all’unanimità, ha definitivamente annullato le autorizzazioni ambientali per il controverso progetto idroelettrico HidroAysen, fermando la costruzione di 5 dighe che minacciavano i fiumi Baker e Pascua nella regione incontaminata della Patagonia. La quantità di terra inondata sarebbe stata di 5.900 ettari e l’enorme quantità di energia prodotta sarebbe servita ad alimentare le miniere nel nord del Cile con una linea di trasmissione composta da 6.000 piloni alti 70 metri che avrebbero attraversato 8 regioni, 64 comuni, tre parchi nazionali e 12 aree protette. 
 
Il nuovo esecutivo, guidato da Michelle Bachelet, ha valutato e accolto i ricorsi presentati dalle comunità per gli impatti ambientali e sociali di questo progetto che riguarda l’Italia, coinvolta attraverso l’Enel che controlla il Consorzio Hidroaysen e che, tuttora, è proprietaria del 96% dell’acqua in Patagonia e dell’82% dell’intera nazione. 
Nel fissare la nuova agenda energetica e individuare modelli alternativi, il governo si è detto intenzionato a coinvolgere la partecipazione dei cittadini. Nella presa di coscienza degli impatti sociali e ambientali e nella mobilitazione di questi ultimi anni a livello locale, nazionale e internazionale, ha avuto un ruolo fondamentale la Chiesa dell’Aysen, guidata dal Vescovo Luis Infanti de la Mora, che abbiamo incontrato a Reggio Emilia nel settembre 2010 e nel maggio 2011 (leggi articolo). 
 
Nella sua profetica Lettera pastorale del 2008, “Dacci oggi la nostra acqua quotidiana”, il Vescovo spiegava le ragioni per cui la Chiesa ha inteso intraprendere il cammino di liberazione da progetti che minacciano le comunità e l’ecosistema. La regione dell’Aysen infatti, riserva di acqua e di vita, è oggetto di interesse da parte di multinazionali, di imprese idroelettriche intenzionate a sfruttarne le risorse naturali. «La crescente politica di privatizzazione — si legge in un passaggio della Lettera pastorale — è moralmente inaccettabile quando cerca di impadronirsi di elementi così vitali come l’acqua, creando una nuova categoria sociale: gli esclusi, quelli che restano fuori perché non possono accedere ai benefici degli alimenti, dell’acqua, dell’educazione, della salute, della casa, della tecnologia, della conoscenza. È un’ingiustizia istituzionalizzata che crea ulteriore fame e povertà, facendo sì che la natura sia la più sacrificata e che la specie più minacciata sia quella umana, i più poveri in particolare».
 
Un primo grande traguardo è stato raggiunto ed è di esempio e speranza per altri conflitti che si registrano in tutta l’America Latina per l’acqua, la terra, le sementi, tra i popoli e le imprese idroelettriche, energetiche, agroalimentari, minerarie, forestali.
In Cile l’impegno continuerà perché l’acqua torni ad essere un bene comune e non privatizzata e perché tutte le comunità abbiano accesso all’energia attraverso modelli di sviluppo sostenibile.
 
Elisabetta Angelucci





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