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Gocce di umanita' nel deserto degli emarginati Saharawi   versione testuale
Anche il Centro Missionario Sostiene il Progetto

Hayet cammina nel vento col suo velo colorato che l’avvolge e svolazza lungo le strade polverose di Dakhla. Sembra un angelo bello e afflitto. Porta sulle spalle la piccola Salahdin, sei anni e un handicap grave. Un peso grazioso, ma gravoso. In tutti i sensi. Hayet non ce la fa più. Portarla sulle spalle ormai è quasi impossibile. La bambina sta crescendo ed è troppo pesante. E i soldi per il taxi non ci sono. E poi quella disabilità è qualcosa che non sa come affrontare. Un peso anche quello, ancora più prostrante. È sola, il marito l’ha abbandonata: vive con la madre e la sorella in un minuscolo appartamento senza mobili: solo qualche stuoia sul pavimento e un seggiolone adattato per Salahidin che sta diventando troppo piccolo.

Hayet, con il suo sorriso dolce e dimesso, nasconde una grande tenacia. Nonostante tutto, lei e la sua bambina lottano per vivere. Questa mamma tiene insieme ogni giorno i tasselli difficili di un mistero che custodisce nel nome: Hayet, vita.

Sono molte le mamme come lei che, in questa ventosa cittadina del Sahara Occidentale, affrontano coraggiose e spesso silenziose le difficoltà di un’esistenza povera, aggravata dalla disabilità.

Sino a tre anni fa la situazione era ancora più drammatica. Dal 2010, infatti, è stato aperto un Centro diurno per disabili a cui accedono circa 450 bambini. È un posto bello e curato, dipinto con colori caldi e allegri, fornito di molte attrezzature per la riabilitazione.

Fondatore e anima di questo Centro è Bouh Semlali che, nonostante la poliomelite che lo costringe su una carrozzina, mostra una grande vitalità e dinamicità. Oltre a una simpatia contagiosa. È lui, che ha vissuto sulla sua pelle l’esperienza della discriminazione oltre che delle limitazioni legate al suo handicap, che ha voluto fortemente aprire questo Centro. Che oggi funziona grazie all’aiuto di molti amici e sostenitori, in diverse parti del mondo.

C’è anche un po’ di Reggio Emilia in questa struttura, che viene infatti sostenuta dal Centro missionario diocesano. «Un piccolo contributo, per il momento - precisa il direttore don Gabriele Carlotti -, circa seimila euro, distribuiti su tre anni, per garantire soprattutto il trasporto delle mamme e dei bambini e un sostegno alla formazione. Ma vorremmo fare di più».

Don Eugenio Morlini, che segue da vicino il progetto, è tornato di recente, per la terza volta, a Dakhla. In quest’occasione era accompagnato da un’esperta fisioterapista, Patricia Lizama, che ha aiutato le operatrici del Centro a migliorare la loro formazione.

«È questo uno degli aspetti più carenti - precisa don Eugenio - perché non esistono scuole adeguate per preparare fisioterapisti e queste ragazze imparano grazie all’intervento di volontari che saltuariamente arrivano dalla Spagna. Vorremmo poter dare un maggior contributo in questo senso, oltre ad aiutare nel trasporto le mamme e i bambini, che spesso vengono da lontano e sono molto poveri: non possono permettersi di pagare neppure il taxi che è il mezzo di trasporto più comune ed economico».

Bouh è molto orgoglioso - e ne ha ben ragione - di quello che è riuscito a fare qui grazie al supporto di molti amici e associazioni e soprattutto grazie al sostegno della Chiesa locale. Ed è molto riconoscente. Non da oggi.

«Quand’ero piccolo - racconta - ero paralizzato dalla poliomelite. E, come me, c’erano altri ragazzi sia a Dakhla che a Layoune, senza alcuna possibilità di essere curati. Allora, eravamo al tempo della colonizzazione spagnola e un’organizzazione specializzata ci ha portati a Tenerife, dove abbiamo subito diverse operazioni. In quegli anni, ho studiato presso le scuole cattoliche e anche se mi garantivano un’educazione musulmana, ero molto brillante in storia e mi piacevano moltissimo le vicende dei profeti».

Quando però è rientrato a Dakhla, Bouh ha dovuto di nuovo confrontarsi con una realtà che per molti versi gli era diventata estranea e che percepiva come ostile. «Quando avevamo qualche visita in casa - ricorda -, mi mandavano in un’altra stanza. Ero molto frustrato e detestavo la vita. Avevo perso la speranza. Ora sto bene, ho trovato un lavoro e ho potuto farmi una famiglia, avere dei bambini. Ma adesso voglio aiutare altri come me a trovare lo stesso sostegno che ho avuto io quando ne ho avuto bisogno».

Padre Mario León Dorado, uno dei due Oblati di Maria Immacolata (Omi), che garantiscono una minuscola presenza cristiana in questa terra totalmente musulmana, è molto legato a Bouh. Il quale, a sua volta, si sente un po’ responsabile della piccola chiesa di Dakhla. «Nel 2004 - racconta -, quando sono arrivate le ruspe marocchine per abbattere la chiesa insieme al forte spagnolo, io mi sono frapposto, insieme ad altri saharawi. Anche se siamo musulmani, non potevamo permettere che abbattessero questo edificio. Fa parte della nostra storia e della nostra memoria».

Oggi Bouh, oltre a essere il responsabile del Centro disabili, è anche il custode della chiesa. «È il mio modo di rendere il servizio che i cristiani avevano garantito a me quand’ero un ragazzo, anche se non mi sono convertito alla loro religione. Al contempo, desidero mostrare al mondo il nostro vero volto. Non siamo né intolleranti né terroristi come qualcuno ci considera oggi, tutt’altro. Penso che ognuno di noi debba trattare l’altro allo stesso modo in cui vorrebbe essere trattato. Se amiamo Dio e rispettiamo gli altri, certamente risolveremo tutti i nostri problemi».

Nel Centro disabili, questa convinzione viene declinata nell’assistenza quotidiana ai bambini disabili e alle loro mamme. Le operatrici mostrano i gesti che li aiuteranno a muovere meglio le articolazioni e invitano le donne a fare altrettanto, affinché possano poi riprodurli a casa. Si propongono ai più piccoli giochi che permettono loro di sviluppare alcune abilità e li si stimola a diventare più autonomi possibile. I risultati non sono per nulla scontati, specialmente in un contesto di povertà e isolamento come quello di Dakhla, dove molte famiglie tendono ancora oggi a nascondere i propri figli disabili e a marginalizzarli. Inserirli nella società a pieno titolo e con la dignità di persone uguali a tutte le altre è lo scopo di questo Centro, il cui lavoro educativo e per cambiare la mentalità va ben oltre le pratiche fisioterapiche. Inoltre, rappresenta simbolicamente un punto di incontro e collaborazione in un contesto dove le pretese del Marocco e le rivendicazioni dei saharawi su questa terra alimentano una situazione di crisi che si trascina da quasi quarant’anni.

Bouh, che con il suo Centro ha deciso coraggiosamente di “mettersi in mezzo”, taglia corto: «In questa vita - dice - dobbiamo avere amore e fraternità per tutta l’umanità». Un bel programma. Non solo per il Centro disabili.


 

Anna Pozzi










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