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Discepoli - Testimoni: Tutti Missionari!   versione testuale
si è svolto sabato 26 e domenica 27 il convegno missionario diocesano

“Perché uno non può annunciare il Vangelo da solo? Perché il Vangelo, prima di essere predicato, ha bisogno di essere testimoniato, reso credibile e visibile”. Con queste parole, domenica 27 maggio, il Vescovo Adriano Caprioli ha aperto la seconda giornata del Convegno missionario diocesano sul tema “Discepoli-Testimoni: tutti missionari!”.
 
Commentando il passo del Vangelo di Luca dell’invio dei 72 discepoli da parte del Signore (Lc 10,1-11), il Vescovo ha messo l’accento sul mandato della testimonianza rivolto a tutti i cristiani, per dimostrare con la vita quanto si professa nella fede. Una testimonianza da vivere nella comunione. “Gesù lì invio a due a due. Senza mezzi, ma con un compagno” ha osservato il Vescovo Adriano, perché “bisogna essere in due a parlare di pace (ancor meglio se l’annuncio venisse da un’intera comunità) per poter dire: “Quella pace che noi annunciamo, noi la viviamo”. Un aspetto che tocca anche le diocesi e il loro rapporto come Chiese missionarie. “Anche le Chiese, dove mandiamo missionari – ha detto infatti il Vescovo – , sono chiamate a diventare esse stesse missionarie con noi”. Un invito particolare è stato fatto per accompagnare i giovani nel loro cammino, perché vedano sempre più il servizio della missione in prospettiva vocazionale, valorizzando i doni e le potenzialità di ciascuno, formando cuore, mente e volontà nell’intraprendere uno stile di vita orientato ai consigli evangelici.
 
La missione è per tutti e coinvolge tutti, consacrati e laici. Luca Moscatelli, del Centro Missionario di Milano, biblista e padre di famiglia, ha guidato la riflessione sul “sacerdozio comune” dei cristiani in una Chiesa missionaria, riscoperto con il Concilio Vaticano II che, ha spiegato il relatore, “ha sancito la fine di 1.500 anni di marginalizzazione dei laici”.
 
“La missione è la Chiesa, la Chiesa è la sua missione – ha osservato Moscatelli – : la missione di annunciare, rendere noto il Regno di Dio che agisce nella storia e insieme essere il luogo dove profeticamente certe logiche di comportamento, di attenzione reciproca, di perdono, di riconciliazione prendono corpo, sangue e carne dentro il vivere degli uomini e delle donne. La Lumen Gentium, al n. 2, parla di un sacerdozio comune come dono di sé stesso agli altri nella vita comune, condivisa”.
 
“Nella Scrittura – ha spiegato – il “sacerdote” è la figura di colui che fa da mediatore tra Dio e l’uomo. Se tutti siamo sacerdoti, mediamo Dio al mondo. Abramo viene scelto non perché si tenga per sé la benedizione, ma perché la porti a tutte le famiglie della terra e per questo Dio lo vuole nomade, itinerante. Israele ugualmente: al cap. 19 dell’Esodo si parla di un regno di sacerdoti, di una nazione santa. La liberazione che Israele sperimenta fin dall’inizio è intesa come una liberazione che non è solo per Israele, ma che Israele deve testimoniare, attestare, vivere anche come servizio per altri”.
 
Nel Nuovo Testamento sacerdoti o popolo sacerdotale sono i cristiani, con i vari carismi e funzioni, membra di un solo corpo (I Cor 12). “L’unità del popolo di Dio si ritrova sotto la croce, nel riferimento al Signore, e il dato fondamentale da cui parte Paolo è la diversità: ci sono diversità di carismi… a ciascuno ha dato il suo dono. Allora lo Spirito di Dio, che è principio dell’unità nella comunione, passa attraverso le differenze. Nessuno dica all’altro “non ho bisogno di te”, ma impariamo a dire: “per riconoscere il dono che Dio mi ha fatto ho bisogno di tutti gli altri”. E’ facile che si avverta l’esuberanza dello Spirito come un problema e non come un dono. Poi siamo i primi a lamentarci che non ci sono i giovani, portatori di novità di vita”. Alla radice dell’azione missionaria vi deve essere sempre l’amore, la cura reciproca, il coinvolgimento e la partecipazione.
 
La missione e l’annuncio richiedono, poi, la scelta dell’itineranza per andare incontro a tutti per portare la buona notizia che Dio vuole visitare ciascuno là dove vive. Una scelta che ci rende stranieri e pellegrini ovunque andiamo a bussare, da poveri, nella necessità di chiedere ospitalità. “Dio chiede di essere ospitato, di abitare nell’altro e lo ha fatto spogliando sé stesso, da servo e povero: un Dio che sta alla porta e bussa. Così i missionari che, per testimoniare Cristo, non devono arrivare in terre altrui da padroni, ma da servi, poveri e stranieri, in modo discreto di chi chiede ospitalità. Così sono portati a pensare bene della gente cui vengono mandati”.
 
Non basta: occorre portare l’annuncio di Dio da “peccatori perdonati” per annunciare il Dio della misericordia, per portare la buona notizia che Dio è un Dio che perdona, che ama, che vuole la salvezza dei suoi figli. “L’esperienza della debolezza, della mancanza e persino del peccato diventano oggetto di annuncio”. Nella debolezza di Paolo, l’apostolo delle Genti, un uomo senza merito, un persecutore, si è manifestata la forza, la potenza di Dio: salvato perché figlio amato.
 
                                        a cura del Centro Missionario








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