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Custodi del Creato per il Bene Comune   versione testuale
Si è svolto il 15 aprile l'incontro diocesano

“Riuscire a intravedere la possibilità di un’alba e contribuire ad annunciarla è già un grande dono che merita l’impegno di una vita”. E’ stata una testimonianza permeata di fede e concretezza di vita quella che Giorgio Prandini, della Cooperativa Agricola La Collina di Reggio Emilia, ha tenuto all’incontro diocesano “Custodi del creato per il bene comune”, svoltosi domenica 15 aprile nel Teatro parrocchiale di S. Agostino.

Una testimonianza che ha radici lontane, fine anni ’60, quando un gruppo di giovani della parrocchia di Massenzatico, seguiti da don Lorenzo Braglia, decide di compiere un viaggio in Brasile, per fare vita di condivisione con i poveri di un piccolo paese all’interno della Bahia, Andaraì. “Le cause della loro povertà venivano dall’avidità, dal modo di vivere della nostra società e questo ci ha messo veramente in difficoltà”, ha detto Giorgio nel raccontare poi il rientro in Italia e la nascita della Cooperativa formando a Reggio una comunità dove vivere la condivisione, creare un ambiente accogliente, con un lavoro comune, quello della terra, che potesse dare risposta ai bisogni di persone in difficoltà. “Quando ci si riferisce alla salvaguardia del creato è riduttivo parlare solo di agricoltura. Vi sono altre dimensioni, quella etica, spirituale, relazionale, per ricercare insieme con la natura quella comunione con Dio che l’uomo che sta frenando. Bisogna togliere questo freno cercando di salvaguardare le biodiversità, non solo nella natura, ma anche nelle culture, nelle religioni, nelle persone”.

Nel descrivere l’esperienza di accoglienza di persone tossicodipendenti e il lavoro agricolo, biologico e biodinamico, Prandini ha messo l’accento sul ruolo della dimensione femminile presente in tutti. “Il principio femminile è risanatore – ha detto – e alla base del suo paradigma ha la vita, non il potere. Il femminile ha la capacità di coltivare stupore nei confronti dell’universo, di avere cura della vita, di elaborare uno sviluppo con la natura e non contro la natura. L’uomo vede subito il profitto. Dovremmo tornare a contemplare la natura, fermarci ad osservarla. L’errore di Adamo ed Eva è l’aver voluto conoscere la natura divorandola, non guardandola, cercando di capire quale funzione potesse avere all’interno della loro vita. Noi viviamo all’interno di un organismo complesso, di un mondo dove vi si scopre una generosità, perché ciascuno dona qualcosa a tutti, a partire dalla natura, dalle foglie, dall’erba, dagli animali: tutti sono dentro un sistema di donazione, tutti si sacrificano perché tutti possano vivere. Gesù nell’ultima Cena ha detto: “prendete e mangiate”, per fare poi come Lui ed essere mangiati. Se noi andiamo solo a mangiare e non cerchiamo di essere mangiati, allora perde di significato il nostro andare a Messa e restiamo insensibili”.
 
“Non c’è più l’attenzione. Il discorso del silenzio, del deserto, della preghiera è importante per la nostra comunità. Ascoltare sé stessi, l’altro, la natura, Dio: questo momento di relazione va coltivato in noi. S. Francesco d’Assisi l’ha avuto sempre presente. Possiamo avvicinarci a questo modello di relazione, di amicizia che lui aveva con il creato, le creature e il Creatore. Già siamo stranieri gli uni agli altri, all’interno delle relazioni. L’accoglienza dell’altro è importante: lo straniero è sempre portatore di qualcosa di nuovo, di una cultura diversa, di un modo diverso di vivere: un valore impagabile. Avere questo rispetto significa dare legittimità ad altre forme di abitare il mondo”.

Da qui la scelta di alcune azioni intraprese dall’azienda agricola, come il percorso dell’agricoltura biodinamica, una pratica anche culturale, dove il concetto di fondo sta nel riconoscere che la vita si alimenta con la vita. Alimentarsi con frutti carichi di vita trasmette e potenzia la vitalità, protegge dalle malattie. Ma le piante per essere vitali hanno bisogno di crescere in un ambiente adatto. Le piante trattate con veleni e prodotti chimici sono malate, non danno nessuna energia, anche se apparentemente i frutti sono bellissimi. Perdono anche sapore. Spesso i prodotti dell’agricoltura biologica risultano più costosi, ma allontanano altre spese, ad esempio per curare malattie. Ci sono costi che ricadono sulla collettività per correre ai ripari a causa della sterilità dei terreni, della perdita di sostanza organica, dell’inquinamento della falde acquifere, della riduzione delle biodiversità, dell’utilizzo di agrofarmaci, del calo delle api.

Il discorso della responsabilità dell’uomo nei confronti del creato, ripreso e approfondito all’incontro diocesano da Azio Barani, dell’Ufficio pastorale sociale e del lavoro, fa appello alla coscienza di ciascuno. “Le scelte che facciamo hanno delle implicanze a livello collettivo”  ha spiegato Marco Crotti, agricoltore e geologo, della Azienda Podere Giardino a Roncadella. “Quando i miei fratelli ed io abbiamo seguito l’attività dei nostri genitori, abbiamo accolto la sfida di ridare dignità a questa professione, un mestiere nobile, spesso marginalizzato, che ha dei risvolti etici e sociali importanti per la collettività. Un’altra sfida è quella di costruire un legame diretto con chi consuma i prodotti”. Il rapporto tra consumatore e produttore si è incrinato dopo il boom della produzione alimentare. L’industrializzazione ha riguardato anche l’ambito agricolo e “in questa filiera – ha spiegato Crotti – si sono inseriti tanti attori, arrivando al paradosso che oggi chi produce gli alimenti non è più l’agricoltore bensì la fabbrica. L’agricoltore non è solo produttore di alimenti, ma svolge anche un ruolo sociale, diventando custode del territorio, dei beni. Dove non c’è questa cura, nascono problemi ambientali e sociali. E’ necessario allora arrivare a una politica che consideri tutto il territorio, legiferando in tale direzione”.

Per arrivare a una politica che tuteli il bene comune, oggi è necessario rivedere il concetto di benessere, a vari livelli; capire ad esempio se il produrre eccessivamente, divorando le risorse e sprecandole, sia etico e sostenibile. “Quello dell’agricoltore – ha aggiunto Marco – è un mestiere che mette alla prova, chiede coerenza, educa al rispetto dei tempi della natura, che non sono da forzare perché oltre certi limiti non si può andare. È un lavoro che ha anche delle implicanze religiose: nelle piante che germogliano si coglie la presenza di Dio, il principio della vita. Richiama anche il concetto di fiducia; quando vado a seminare mi chiedo: nascerà qualcosa? E’ così anche nella vita spirituale. Dove cadrà il seme e cosa ne sarà? Finché non spunta la piantina c’è sempre l’attesa. La fede cerco di viverla quotidianamente attraverso il mio lavoro, cercando la trasparenza, la coerenza, la legalità, l’onestà nei confronti del creato, delle creature, del Creatore. Le persone, la natura non sono oggetti da usare per avere profitti. Non siamo proprietari, ma gestiamo quanto ci è stato affidato. Si potrebbe declinare la frase dell’evangelista Luca “quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra?” (Lc 11,11) in “quale persona assennata lascia in eredità alle generazioni future una eredità di costi, di morte e non piuttosto una eredità di vita?”.

Nella parte conclusiva dell’incontro è stata presentata la Rete “Acqua & Suolo” di Reggio Emilia, un gruppo di coordinamento partecipato da diverse realtà territoriali che, confrontandosi con gli Enti locali per favorire politiche virtuose di tutela del bene comune, si pone obiettivi quali la salvaguardia del suolo agricolo e naturale, minacciato dal proliferarsi di opere urbane, la promozione di una cultura contadina sostenibile, la tutela dell’acqua, la messa in rete di pratiche e conoscenze, il monitoraggio del consumo di territorio a livello locale.
 
Elisabetta Angelucci
 
In allegato (vedi sotto) le due testimonianze integrali e l'intervento del vescovo.










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