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N. 2 - Maggio 2011   versione testuale





Dallo Studio Teologico Interdiocesano
 
Lo Studio Teologico Interdiocesano, che ha sede nel Seminario di Reggio Emilia, è l’istituzione accademica presso cui svolgono gli studi i seminaristi delle diocesi di Modena, Reggio, Parma e Carpi, oltre ai Saveriani di Parma.
 
La teologia non serve a niente?
 
Nelle nostre comunità, verso la teologia, c’è un misto d’indifferenza e d’insofferenza. Lo si percepisce in certe frasi svalutative che girano tra i preti, lo colgono i seminaristi quando ritornano in parrocchia, lo subiscono quei pochi laici coraggiosi che osano avventurarsi in questo che pare un terreno minato. Le accuse verso la teologia sono molteplici. “Se cominci a ragionare troppo, perdi la fede”. “La fede è dei semplici, non dei professori”. “è tutto tempo perso: la vita e la pastorale sono un’altra cosa”.
Poi però la vita ci pone degli interrogativi teologici su cui siamo ormai sguarniti: basta un Dan Brown che mischia storia e fantasia per scuotere la nostra fede; siamo in difficoltà quando si tratta di confrontarci con non credenti o con membri di altre religioni; sentiamo che omelie banali e di poco spessore non ci aiutano a stare in piedi; non sappiamo più bene cosa credere, dalla risurrezione di Cristo alla vita eterna; la prassi pastorale è in crisi e non sappiamo come e quanto cambiare. Soprattutto si comincia a capire che non basta più qualche rispostina-pronta-per-l’uso, ma si tratta di radicarsi più solidamente nel Signore. Ed è questo che può aiutare a fare la teologia.
Infatti la teologia non è un ragionare mettendo da parte la fede, ma un ragionare sulla propria fede: è un “riflettere assentendo” (Agostino). Non è opposta alla vita concreta, se riflettere sul proprio vissuto è esperienza tipicamente umana: “ho desiderato vedere con l’intelligenza ciò che ho creduto” (Agostino). E non contraddice la fede dei semplici: “è necessario che siamo bambini in Cristo solo per quel tanto che fu detto, che siamo bambini cioè solo in quanto privi di malizia, ma adulti nell’intelligenza e nella sapienza” (Ilario). A cosa serve quindi la teologia? A una cosa fondamentale per un discepolo di Cristo, innamorato del suo Signore: approfondire in modo personale e meditato la propria fede in Lui, per renderla sempre più convinta, ricca ed argomentata, capace di distinguere le cose essenziali e in grado di confrontarsi in modo intelligente e aperto anche con chi non crede. Agostino insegna: anzitutto uno “capisce per credere” quando ascolta il Vangelo e l’accoglie nella vita, poi “crede per capire” dal momento che la comprensione perfetta avverrà solo nella vita eterna, di fronte al volto di Dio, mentre nel frattempo la lampada per il suo cammino è la fede; tuttavia il fervore della carità lungo il cammino si può spegnere, quindi è necessaria la teologia, “contemplazione amante delle Scritture”, che mantiene caldo il cuore alimentando una continua ricerca del Signore.
don Daniele Moretto
Direttore dello S.T.I.
 
Il contributo di mons. Enrico Mazza
 
La questione del giusto rapporto tra fede e storia, che fa da sfondo alla pubblicazione del Gesù di Nazaret di Benedetto XVI, non è un problema che tocca solo la questione evidentemente centrale di Gesù Cristo. A partire dall’epoca moderna, tutti i campi della fede e quindi della ricerca teologica ne sono stati toccati in profondità: e la questione è tutt’altro che risolta. Gli studi di mons. Enrico Mazza in materia di storia della liturgia e di teologia dei sacramenti si inseriscono consapevolmente in questo campo di tensione: consapevolmente, anche perché questa è la lezione che Mazza ha appreso da giovane alla scuola di p. Bernard Lonergan, gesuita canadese che, anche se poco noto al grande pubblico, è considerato uno dei giganti della teologia del XX secolo. Mazza, che lo ha avuto come docente all’università Gregoriana di Roma nei primi anni ’60, ha continuato sempre a ispirarsi a lui: nel 2010, per fare un solo esempio, un suo studio sull’eucaristia, che si richiama alla cristologia di Lonergan, è stato pubblicato sulla rivista liturgica francese La Maison-Dieu.
Al centro della ricerca di Lonergan stava l’interesse per un metodo teologico capace di articolare in modo corretto la storia con la riflessione teologica: egli stesso ebbe a dire che “tutto il problema della teologia moderna, protestante e cattolica, è l’introduzione degli studi storici” nella teologia stessa. E potremmo dire che tutto il problema della ricerca di Mazza, che ha accompagnato tutta la sua carriera di insegnante, iniziata nel lontano 1968 nell’appena costituito Studio Teologico Interdiocesano di Reggio Emilia – allargata poi a sedi prestigiose quali l’Università Cattolica di Milano, l’Institut Catholique di Parigi e il Pontificio Istituto Liturgico a Roma –, si è svolto alla luce di questa preoccupazione.
Nel campo di tensione tra storia e teologia, la ricerca di Mazza – dedicata soprattutto alla preghiera eucaristica, di cui è uno dei massimi specialisti riconosciuti a livello internazionale, e alla nozione di sacramentalità, elaborata sullo sfondo della concezione patristica di “imitazione” e “partecipazione” – è prevalentemente di tipo storico. A volte, anzi, presenta i tratti di una critica esplicita nei confronti di una teologia speculativa che vorrebbe prescindere dal dato storico o che non lo conosce a sufficienza. Ma la lezione di Lonergan non conduce esclusivamente al contrasto fra storia e teologia: e Mazza lo sa bene. Sa anche, però, che l’articolazione corretta dell’una con l’altra suppone una capacità di modificare gli “orizzonti” della ricerca e della riflessione. E la cosa non è facile. Qualche anno fa, una rivista di teologia pubblicata in Vaticano ha criticato non le tesi di qualche teologo spericolato, ma un documento ufficiale della stessa S. Sede, nel quale si riconosceva il valore consacratorio di una preghiera eucaristica usata da alcune comunità cristiane orientali, nella quale non si trova il racconto dell’ultima cena. È solo un esempio di come sia difficile accettare di entrare in orizzonti diversi da quelli abituali. L’opera di mons. Mazza è fondamentale per aiutare in questo percorso, e avrà certamente molto da insegnare anche in futuro.
don Daniele Gianotti
docente di Teologia Sistematica
 
Box 1: Pubblicazioni di docenti dello S.T.I.
 
Pietro Lombardini, Cuore di Dio, cuore dell’uomo. Letture bibliche su sentimenti e passioni nelle Scritture ebraiche, a cura di Daniele Gianotti, Bologna: Edizioni Dehoniane 2011.
 
Don Pietro Lombardini ha pubblicato (o meglio ha lasciato pubblicare) poco in vita; dopo la sua morte (nel 2007), grazie alle sorelle abbiamo già potuto leggere (quasi riascoltare) le sue conferenze su alcune Figure femminili nella Bibbia (Reggio Emilia: Edizioni San Lorenzo 2009) e ora possiamo leggere alcune relazioni tenute in diverse circostanze (soprattutto incontri presso la Comunità Dehoniana di Modena) e raccolte, a cura di don Daniele Gianotti, sotto il titolo di due di esse. “Cuore” non indica nella Scrittura tanto l’aspetto emotivo, quanto l’origine di tutta l’attività cosciente; perciò troviamo in questo libro alcuni saggi sull’uomo e su Dio: prove ed esplorazioni (come li intendeva Lombardini), sul testo della Bibbia, con l’apporto di vari autori (non solo esegeti) e soprattutto della tradizione ebraica. Siamo condotti a sondare vari temi: la relazione tra persone, il corpo, la Legge e il desiderio, il volto paterno e materno di Dio, l’ospitalità, Gerusalemme, il rapporto tra l’universale (i popoli) e il particolare (Israele), il Dio di Mosè (e l’eredità conflittuale dei monoteismi), la Bibbia e la tradizione.
L’introduzione contiene il profilo biografico dell’autore, steso dalla sorella Anna, con una lunga citazione in cui Lombardini spiega lo sviluppo della sua indagine sul rapporto radicale tra ebraismo e cristianesimo. Dice tra l’altro: “Qui per me, esistenzialmente, vi è stato l’insorgere di un paradosso che dura tuttora e che intendo mantenere aperto: imparare a riconoscere l’altro che è in me rispettandolo come altro… come partner di una stessa elezione e di una stessa alleanza, anche se vissuta per due strade diverse”. Altro punto importante è la convergenza di diversi metodi: “Ho sempre cercato di ‘onorare le ali ripiegate dello spirito’, cioè quella lettera della Scrittura osservabile da tutti, udibile da tutti… che implica il metodo storico-critico e, nello stesso tempo, lavorare perché le ‘ali’ di questo spirito si aprano, si spieghino attraverso il lettore e l’ascolto credente… mai senza il gruppo credente, mai senza l’apporto attuale dell’uditore, affinché la Parola parli oggi con lo stesso soffio profetico che l’ha ispirata allora”. I due aspetti convergono: “Quando la salvezza di una comunità non significa la condanna di un’altra; quando gli eventi che ci danno speranza non gettano gli altri nella disperazione; quando la realizzazione della terra promessa non viene scambiata con l’esilio degli altri. Quando avvengono questi momenti di salvezza inclusiva, quando il senso della mia appartenenza non annulla l’altro, ma in qualche modo lo accoglie, lo riceve, ne gode e se ne arricchisce, allora credo che le ‘ali dello spirito’, la lettera della Scrittura si apre e ci porta alla comprensione della Scrittura come la voce di un Altro”.
don Filippo Manini
docente di Sacra Scrittura
 
Box 2: Tesi di baccellierato
 
La tesi di baccellierato è un elaborato scritto di circa 60 pagine, discusso verso la fine del sessennio davanti a due docenti: il relatore, che ha seguito lo studente nella stesura, e il contro-relatore, che ha letto criticamente il testo.
Riccardo Paltrinieri, della diocesi di Carpi: “La via di Gesù nel Vangelo di Marco. Studio esegetico e teologico del cammino di Gesù con i discepoli, 10 marzo 2011. Relatore: don Filippo Manini. Contro-relatore: don Giacomo Morandi.
Francesco Trapani, laico della diocesi di Reggio Emilia: “Deborah e Rahab. Due figure femminili nella realtà dell’alleanza”, 9 aprile 2011. Relatore: don Filippo Manini. Contro-relatrice: Giovanna Bondavalli.