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2004 - La famiglia, rigenerata nella fede   versione testuale





La Carità? Tiene sempre famiglia
La Giornata diocesana della famiglia: successo di “critica” e di pubblico
 
Un pieno di fiducia per la famiglia cristiana ci voleva davvero, ad inizio anno pastorale, per superare stanchezze e disorientamenti e per rinvigorire l’appartenenza alla comunità ecclesiale. Baciata dal sole, la Giornata diocesana della famiglia, organizzata domenica 3 ottobre dall’équipe della pastorale familiare in collaborazione con Ac, Famiglie Case della Carità e Movimento per la Vita, puntava proprio a ciò: ricaricare le batterie e motivare genitori e figli a rimanere saldi nella fede in Gesù Cristo. Pur cadendo in un periodo disseminato di sagre parrocchiali e di riprese dei vari catechismi, l’iniziativa è stata un successo. Lo dicono i posti che si sono dovuti attrezzare in corridoio, all’Oratorio cittadino, perché la sala del primo piano per la relazione del mattino è andata presto esaurita. Lo dicono gli oltre 120 coperti apparecchiati per il pranzo comunitario. E lo dicono le occhiaie dei giovani animatori che a fine pomeriggio, dopo la celebrazione in Ghiara, hanno riconsegnato la prole ai genitori dopo ore di intrattenimenti con giochi ed attività formative.
 
Una Chiesa tutta di battezzati
Ore 10. Si comincia con un ricco momento di preghiera. Nel fare gli onori di casa don Giovanni Rossi, direttore dell’Oratorio “Don Bosco”, ricorda che l’oratorio è fatto di persone, prima che di strutture; come dire: le famiglie sono sempre benvenute. Tocca poi a monsignor Enrico Mazza, docente dello Studio Teologico Interdiocesano, tenere banco per quasi un’ora e mezzo con una forma di lezione alquanto originale, condita di storia della Chiesa in pillole e di humour per niente velato. Esordisce scompaginando la traccia della meditazione assegnatagli: “La famiglia, rigenerata dalla fede”. “Titolo clericale, non mi piace” – attacca don Enrico, mettendo in guardia dal rischio di sezionare troppo le virtù teologali separando la fede dalla carità e giungendo, al termine della riflessione, a definire la famiglia come modello perfetto di vita comune basata sulla carità, con la fede cristiana e nella speranza del Regno di Dio. Le sue parole sono un toccasana per chi avesse perso il “senso” della famiglia all’interno della Chiesa: non un “cliente” di servizi parrocchiali, ma un soggetto che alimenta la comunità. A detta di don Enrico, lo slogan della “Chiesa tutta ministeriale”, coniato negli anni Settanta, sarebbe da mandare in soffitta a vantaggio di una “Chiesa tutta di battezzati”, in cui i coniugi vivono già il loro ministero nel sacramento del matrimonio. La Chiesa, dunque, come comunione di battezzati, ove i ministeri – pure necessari - passano in second’ordine. A fortiori in un’epoca in cui anche il ruolo del prete sta cambiando radicalmente. Come testimonial del ragionamento è citato il Sant’Ilario autore del De Mysteriis, che a Poitiers fu vescovo, sposo e padre d’una figlia. All’atto pratico: non dev’essere la parrocchia a fare qualcosa per la famiglia, perché sono le famiglie chiamate ad organizzare la parrocchia.
 
Ubi caritas, ibi familia
Le sorprese non sono finite. Il luogo comune secondo cui oggi ci sarebbe meno fede? Spazzato via, se è vero che in un secolo di cristianità come il ‘700 la percentuale di praticanti era vicina a quella attuale. La durata media di un matrimonio è 14 anni? Beh, anche in passato, a causa di guerre e epidemie, scherza il relatore. “Si arriva a pensare che ci sia meno fede se si guardano le cose senza prospettive storiche”, arringa don Enrico. E infatti chi avrebbe mai immaginato che per capire la famiglia cristiana si dovesse passare dalla storia del monachesimo? Tutto per dimostrare che per vivere pienamente la carità non c’è niente di meglio della famiglia, dove “tutto è in comune e si fa unità”. La storia aiuta: nel III secolo dirsi cristiani era così “in” che la fede si mondanizzò eccessivamente; per reazione nacque il monaco, etimologicamente solitario, che in un primo tempo coincideva con l’eremita. Tuttavia, “siccome uno da solo non può vivere la Carità”, ben presto si costituirono le comunità monastiche, proprio perché i monaci stessero stabilmente come in una famiglia. Non è un caso che San Basilio, padre di tante “regole” europee di vita cenobitica, metta come principio numero uno quello per cui Dio non ha creato l’uomo per vivere solitario. Ecco che nella misura in cui la famiglia prega e vive unita, essa è realmente una piccola Chiesa. Solo la Carità reciproca fa “saltare fuori l’opera misteriosa di Dio”. Partito dal passato, lo sguardo di don Enrico è rivolto al futuro, a quella Chiesa di battezzati chiamati a crescere nella corresponsabilità.
 
Atto di Battesimo, compagno di viaggio
Dopo la Messa nella chiesa di Santa Croce, che chiude la mattinata, la Giornata si sposta in piazza del Duomo. O meglio in piazza del Monte, dal momento che Piazza Prampolini è ricoperta di trattori per un’iniziativa concomitante. Alle 16 la processione-pellegrinaggio inizia a snodarsi lungo Via Emilia Santo Stefano, scandita dalla recita del rosario con i misteri della Famiglia di Gesù. All’arrivo nella Basilica della Ghiara, le famiglie sono accolte dal Vescovo Adriano, che porge loro una riflessione incentrata sul valore del nostro nome. Nome che racchiude nel contempo tre significati: la povertà della creatura umana, la sua vocazione (“il sogno di Dio”) e la missione (“nel registro dei battesimi, il nostro nome è scritto insieme a tanti altri, alla Comunità”). “Guai se il Battesimo si riducesse ad un foglio di carta” – ammonisce il presule – che poi confida di conservare il proprio atto di Battesimo nel libro delle preghiere, come memoria della grazia di Dio che chiama a far parte della sua “stirpe eletta”. Di qui un invito del Vescovo affinché i genitori recuperino, insieme al loro, il certificato di Battesimo dei figli, a formare come le prime pagine di un libro di vita cristiana, da scrivere giorno per giorno.
Al termine della celebrazione, don Angelo presenta il sussidio per il cammino annuale dei gruppi sposi in Diocesi. Un aiuto in più per testimoniare in famiglia, come suggeriscono le parole del canto finale, Grandi cose – “l’amore che Dio ha versato su noi”.           Edoardo Tincani